Ai martiri
Martire significa “testimone” nella sua più alta accezione: qualcuno che porta un messaggio consapevole che verrà perseguitato per questo. Siamo abituati a sentire parlare di martiri per lo più in ambito religioso ma in questi giorni si è avuto il paradosso che proprio il vertice della Chiesa abbia usato di questo termine in maniera assolutamente impropria, chiamando tali i bambini vittime di pedofilia che non portano alcun messaggio se non la purezza della loro età e che certamente non scelgono il sacrificio, non scelgono di fare un bocchino a un prete o di farsi inculare da papino. Perdonate la volgarità, è figlia dell’esasperazione.
Altri “martiri” da non ricordare affatto come tali sono gli insulsi figli del radicalismo mussulmano, attesi a braccia aperte da 99 vergini per aver fatto una bella strage di miscredenti.
Però oggi vogliamo parlare di un tipo completamente diverso di martiri, quelli veri, che nell’età moderna non contiamo nelle file di un credo ma al servizio sempre più di un’idea, un’idea di libertà che è la vera ed unica religione laica. La nostra.
La Russia odierna dell’ amico Putin e dell’amico dell’amico Medvedev, dobbiamo riconoscerlo, si dà grande pena per non lasciar sfornite le agende del domani di tristi ricorrenze in memoria di questo genere di martiri: ricordiamo solo Anna Politkovskaja come martire della libertà di stampa mentre per gli altri suoi “colleghi” (tra cui Antonio Russo, un giornalista di Radio Radicale di cui l’Italia ha preferito dimenticarsi in fretta) vi rimandiamo a questa lista nera. Ne parliamo perchè ieri ed oggi su tutte le prime pagine delle più grandi testate giornalistiche europee e americane campeggiava una notizia incredibile, una storia da guerra fredda, di cui in Italia si è saputo poco o niente. Una notizia riguardante un attivista del movimento LGBT russo che è stato letteralmente rapito, drogato e minacciato dai servizi segreti per 48 ore pur di convincerlo a ritirare le denunce per violazione dei diritti umani alla Corte Europea. Come sappiamo questa storia? perchè Nikolai Alekseev, il protagonista di questa vicenda e organizzatore del Gay Pride a Mosca, intimato a non proferire parola, appena è stato restituito al mondo civile ha deciso di portare il messaggio.
Ora, quest’uomo sa cosa sta rischiando, come lo sapeva Harvey Milk, come lo sapeva Rosa Parks quando decideva di sedersi ad un posto per lei vietato sull’autobus. Questi sono coloro che sono consapevoli ed entrano nel mito ma il nostro pensiero va anche a quelli che affrontano questo destino inconsapevoli della grandezza delle loro scelte, come la transessuale che vuole essere sè stessa ma anche lavorare dignitosamente e per questo paga un caro prezzo. Sono tutti testimoni, sono tutti martiri, e portano sulle spalle i grandi cambiamenti del mondo.
Se ordunque è vero che quella di farsi martiri non è una richiesta da avanzare a nessuno, è anche vero che non provocare quel cambiamento di cui il martire si fa Gavroche equivale a sacrificarlo una seconda volta ma in questo caso sull’altare del nulla.
Per quanto ci dichiariamo “civilizzati”, sappiamo che come sempre le nostre idee chiedono sangue e immancabilmente ci sarà qualcuno che ne versa, quasi sempre non noi. Dunque il punto è solo questo: quanto di questo sangue deve ancora andare versato non all’idea ma prima ancora alla nostra ignavia? Possiamo, dobbiamo, vogliamo permettercelo?
A loro, sia ben chiaro, “non interessa cosa fanno gli italiani nella loro camera da letto”.
Prendiamo in prestito questo titolo dalla 












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